Primavera a Sarajevo

Quanti progetti annullati dal Covid!

di Lucia Baldini

O portati a termine solo in parte!

Le iniziative e gli eventi che i docenti programmano all’inizio dell’anno scolastico o in itinere sono veramente una marea, un percorso che ha l’intento di coinvolgere, formare, informare e far crescere gli alunni come persone in grado di giudicare obiettivamente e operare scelte di vita consapevoli.

Oggi, mentre si stanno svolgendo scrutini e si preparano esami, per la maggior parte dei nostri ragazzi iniziano le vacanze, vacanze dal sapore tutto nuovo. E qualcuno torna col pensiero alle attività svolte parzialmente, ai viaggi non fatti, alle uscite soppresse.

E mentre il nostro pensiero immagina come sarebbe stata questa foto sabato scorso, proviamo a riflettere sulla didattica a distanza, così come è stata vissuta da tre classi del nostro Liceo.

Ce ne parla la docente di latino, la prof. Deanna Geminiani, che è partita proprio dalla sua disciplina per collegarsi con l’attualità della guerra in Bosnia, attraverso il filo rosso della  propaganda di regime da Virgilio in poi.

Era previsto un Viaggio della Memoria, annullato per i motivi che sappiamo tutti, che  avrebbe avuto come tappa Sarajevo.

La classe 4 CL ha tentato di raccontare pezzi di una nazione scomparsa e ferita, che porterà per sempre cicatrici drammatiche e profonde, In un’epoca nella quale il nazionalismo peggiore è tornato alla ribalta, l’ex Jugoslavia, costellata dai segni di un passato tragico e violento, è lì a raccontarci quale sia il pozzo nero dentro al quale questo atteggiamento può spingere l’umanità.


Il
progetto ha fatto tesoro delle considerazioni emerse durante gli
incontri a scuola e poi on line, prendendo spunto dal romanzo di Margaret Mazzantini,
Venuto al mondo.

Hanno coordinato i lavori i docenti Stefania Battaglia e Fabio Pagani.

La classe 4 ASA, pur avendo partecipato agli incontri in presenza prima della quarantena, ci dice la prof. Geminiani, non è riuscita a completare i lavori di gruppo sulla guerra bosniaca e la manipolazione mediatica, ma ha letto e commentato i libri della scrittrice di Srebrenica Elvira Mujcic, che hanno permesso di avvicinarsi allo spirito di chi non riesce a dimenticare l’angoscia e la paura e anche di capire la realtà di chi è costretto a migrare e si trova senza radici, sospeso in una realtà che anche se lo accoglie e lo include, resta pur sempre una scelta dolorosa.

Primavera a Sarajevo è stata quindi un’occasione per crescere, per ampliare un orizzonte, che, per un’angosciosa ironia della sorte, si era ristretto, era diventato grigio, più vicino quindi alle sofferenze dei protagonisti del progetto. Una primavera strana anche per queste ragazze, a cui auguriamo primavere di libertà e di salute, da condividere con tutto il mondo.

Diamo ora la parola agli alunni della classe 4BSU che sintetizzano così il loro percorso.


PRIMAVERA A
SARAJEVO

Il silenzio di una
guerra dimenticata

classe 4^BSU

Venticinque anni fa scoppiò una
guerra che spesso oggi a noi giovani non viene ricordata e molti di noi, prima del
progetto “Primavera a Sarajevo”, non ne avevano mai sentito parlare. Per
questo motivo, infatti, era stata scelta proprio Sarajevo come meta del nostro
viaggio della memoria, la città che fu, fino a pochi anni fa, uno dei
principali teatri di guerra nella ex Jugoslavia. Il nostro progetto prevedeva,
infatti, un viaggio di formazione alla scoperta della Bosnia Erzegovina,
durante il quale avremmo incontrato cittadini sia adulti, ma soprattutto
giovani, che ci avrebbero raccontato la guerra vista attraverso i loro occhi.
Questo viaggio sarebbe stata un’ occasione per riflettere sul passato, ma anche
sul presente che ancora oggi nelle città della Bosnia è tormentato dal ricordo
di una guerra che, in realtà,non è mai finita, continua senza armi. Esistono, purtroppo
,  tanti tipi di “armi”, tra le quali le
parole che possono diventare ordigni micidiali.                           

Il progetto, che vede coinvolte anche le classi 4^ASA e la
4^CL, era già stato avviato dagli inizi di febbraio attraverso un incontro con
la guida che ci avrebbe accompagnato per tutto il viaggio dall’Italia,  una lezione di Diritto internazionale e la
lettura con commento di libri di un’autrice bosniaca in preparazione
all’effettiva partenza prevista per il 20 aprile . Purtroppo, a causa
dell’emergenza sanitaria ancora in corso, il nostro viaggio è stato annullato,
ma, in un certo senso, abbiamo deciso di farlo ugualmente. L’opportunità di
realizzare questo percorso, infatti, è partita da Latino grazie a Virgilio e
alla sua azione poetica che abbiamo definito di regime,  a sostegno della nuova forma di governo
realizzata da Ottaviano, il Principato. Durante questi ultimi mesi abbiamo,
infatti, condotto numerose ricerche per ricostruire la guerra ed analizzarla
nel profondo, concentrandoci sulla propaganda che fu svolta e sul risvolto
psicologico che la guerra ha avuto sulla popolazione, per riuscire anche a
capire il motivo per cui ancora oggi la popolazione è segnata e divisa
internamente. Ci siamo incontrate virtualmente, scambiandoci materiale ed idee,
confrontandoci e , divise in gruppi, abbiamo relazionato sulle nostre scoperte.
Virgilio ci ha ispirato! A testimoniare che il passato è presente

Ecco una sintesi del lavoro svolto per fare comprendere la
complessità di questo conflitto , vicino a noi nel tempo e nello spazio, che
non va dimenticato, anzi che ha pari dignità di essere ricordato, come la
shoah.

La guerra scoppiò nel 1991 e terminò nel 1995 e fu
considerata una delle prime guerre
mediatiche grazie all’utilizzo dei moderni mezzi di comunicazione e alla
tecnologia.  La velocità con cui
viaggiarono le informazioni, però, non servì ad evitare, o attenuare, la strage
di civili che avvenne  negli stati che  facevano parte dell’ ex Jugoslavia:
Serbia,Croazia,Bosnia Erzegovina, Slovenia, Montenegro e Macedonia.

Negli anni Ottanta  con il crollo del Muro di Berlino, e l’
improvviso squilibrio economico che ne conseguì,  iniziò la decadenza della Jugoslavia e del
governo centrale a capo di questa. Alcuni stati iniziarono così a separarsi
dall’Unione: nel 1991 si sciolsero la Slovenia e la Croazia, seguite da
Montenegro e Macedonia , mentre la Bosnia
Erzegovina
 iniziò ad
essere considerata un “microcosmo
jugoslav
o”, a causa della presenza di tre diverse etnie, che si
differenziavano nella religione oltre che nei costumi: i croati, cattolici; i
serbi, ortodossi; e i bosniaci musulmani (Bosgnacchi).

 Nel 1992 anche la Bosnia fu riconosciuta come
indipendente da Europa e Stati Uniti, ma rimase nel mirino espansionistico
della Serbi e della Croazia che da sempre l’ avrebbero voluta inglobare per
poter creare una “Grande Serbia” o una “Grande Croazia”.
Perciò poco dopo i Serbi della Repubblica di Serbia e i Croati, entrambi insiti
in Bosnia, crearono una sorta di stati indipendenti separandosi dalla parte
mussulmana della popolazione. Fu così che la guerra iniziò, accompagnata dallo
sterminio che ne seguì, in un territorio dove coesistevano tranquillamente
etnie e religioni differenti, in primis a Sarajevo. I Serbi ,infatti, misero in
atto un processo di pulizia etnica per
creare un territorio omogeneo, ripulendolo da persone di etnia diversa, che
vennero cacciate o uccise dai gruppi serbi estremisti. Molti mussulmani vennero
internati in capi di concentramento (Omarska) e altri furono profughi e si
rifugiarono nelle enclaves”, cioè cittadelle protette sotto
l’ assedio Serbo.

Durante la guerra la
propaganda da ogni fazione utilizzata ricoprì un ruolo fondamentale perché
servì ad accentuare la divisione tra le varie componenti etniche, distruggendo
l’ idea di stato unito e multiculturale. I
capi
militari si servirono dell’urbicidio,
che consisteva nell’attacco mirato alle città per distruggerle ed eliminare i
simboli e le testimonianze della convivenza multietnica, come il ponte di
Mostar e la biblioteca di Sarajevo.                                                                                                                                                                                                                                         
                                                                                                                                               Anche
la propaganda mediatica fu volta a realizzare lo stesso obbiettivo. Un esempio
di ciò fu rappresentato dalla propaganda serba ad opera del presidente
Milosevic il quale, attraverso tv e radio,
cercò di incutere paura ed odio tra i cittadini serbi, diffondendo anche falsi
messaggi ed informazioni, e modificando miti della cultura popolare che
divennero storie inventate. Il presidente 
intensificò anche l’ azione di censura di giornali e libri, servendosi
di manifesti e pubblicità, promuovendo un’ azione propagandistica paragonata a
quella utilizzata da Hitler durante la seconda guerra mondiale, così come fu
fatto anche dai Croati che durante il conflitto controllarono gran parte della
propaganda locale della Bosnia.

 

Nel 1993 intervennero
nella guerra anche  i Caschi blu dell’
Onu, per favorire la tregua tra i Bosgnacchi e i Serbi, ma  in realtà l’ ONU intervenne solo dal
punto di vista umanitario e non fu imparziale da quello politico, lasciando la
popolazione in guerra senza intervenire negli scontri.
La guerra ebbe fine, infatti, solo nel
1995 con gli accordi di Dayton,
basati sul rispetto della pace tra le diverse etnie, che sancirono la nascita
di una nuova Bosnia, in cui i territori furono, però, divisi in una Repubblica
Serba e unaFederazione
Croato-Bosniaca, divisa in dieci cantoni, abitati in parte da Croati, in parte
da Musulmani e solo in un cantone si ebbe popolazione “veramente” mista.

Negli anni
Novanta è stato anche istituito il Tribunale Penale Internazionale per
l’ex-Jugoslavia, voluto dall’ ONU per processare gli attori del conflitto e
della pulizia etnica, ma le due decisioni sono spesso soggette a controversie,
a causa delle diverse testimonianze dichiarate dalle fazioni.

 

Questo accade
perché ancora oggi  la popolazione della
Bosnia è divisa e a dividerla, anche questa volta, è una forza che proviene
dall’alto.
Un esempio significativo può
essere fornito da un semplice pacchetto di sigarette, come la maggior parte di
quelli che  circolano nelle città: la
scritta “il fumo uccide” viene riportata tre volte per distinguere le tre
diverse lingue, nonostante la frase sia identica nelle prime due e si
differenzi solo per l’alfabeto nella terza. Inoltre oggi agli studenti della
Bosnia è nascosta la guerra. Non viene detto, per esempio, ai giovani della
Repubblica serba bosniaca che il conflitto è iniziato con l’ attacco dei Serbi,
ma al contrario che è stata colpa di una guerra civile e che non c’è stato
nessun genocidio a Srebrenica. Gli studenti bosgnacchi della Federazione
croato- bosniaca imparano invece che la Bosnia ha subito l’ aggressione della
Serbia e conoscono il genocidio, ma non i crimini di guerra della polizia
contro serbi e croati. Le scuole sono divise tra i cantoni, hanno anche
programmi di studio diversi e gli studenti non si incontrano mai.

 

Dal 1991la popolazione è spaccata
e quella che nel 1995 è stata definita una pace, in realtà non lo è stata
affatto perché in Bosnia la guerra non è mai finita ed ancora oggi tormenta gli
animi delle persone, corrose da quell’odio che è stato insinuato da forze
maggiori. I governi di tutte le fazioni coinvolte avevano interesse a spezzare
i legami che tenevano unito il popolo, così come l’ Europa e gli stati Uniti
che, nonostante oggi fingano che la guerra sia terminata,  intervennero nel conflitto, schierandosi da
una parte e dall’altra dello scontro, a seconda della convenienza, spacciandosi
per riappacificatori che in realtà non fecero niente di concreto per cambiare
le cose. Ma perché?

 

Il motivo di tutto questo ancora
oggi non lo sappiamo, e forse mai lo sapremo poiché, come in tutte le guerre,
alla fine le vere cause e i veri colpevoli rimangono nascosti sotto una
montagna di accuse reciproche ed informazioni contraddittorie. Quello che
sappiamo di certo è che la situazione in Bosnia non è risolta come ci vogliono
far credere e che c’è ancora tra il popolo chi cerca giustizia e spiegazione
per le vittime innocenti che sono state uccise nella speranza che prima o poi
la pace arriverà anche per loro. Così, andare in Bosnia significa sostenere
queste popolazioni, ma anche far nascere o crescere la speranza che non verrà
dimenticato il sacrificio di tante vittime innocenti. 

 

 

 

 

 

 

Lucia Baldini

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