17 giugno 1970: la partita del secolo

Di Tiziano Conti

Il 17 giugno di 50 anni
fa allo stadio Azteca di Città del Messico si disputò più di una
semifinale del mondiale di calcio, ma un evento di quelli che ti
rimangono dentro per sempre. 

Quel giorno di quasi estate del 1970 a
sfidarsi, tra metafore ed emozioni, furono la vita e il pallone. Ne
venne fuori Italia-Germania4-3, da leggere così, tutto attaccato. E
regalò entusiasmo a non finire grazie a una pazzesca serie di gol,
papere e prodezze.

A Italia-Germania4-3 in
questi 50 anni sono stati dedicati un paio di film, qualche opera
teatrale, innumerevoli libri (il più bello, quello di Nando Dalla
Chiesa) ma è rimasta soprattutto un ricordo ineguagliato di gioia e
follia collettiva. Eppure è passato tanto tempo, dopo l’Italia
avrebbe vinto due mondiali che si sono aggiunti a quelli degli anni
Trenta. 

A distanza di tanti anni è però sempre più evidente che a
fare di quella nottata (era oltre mezzanotte in Italia) un punto di
svolta, una pietra miliare nella storia del costume del nostro paese,
sono sia le emozioni calcistiche che arrivavano in bianco e nero dal
Messico ma anche, sulla spinta del boom economico, l’evidente voglia
di riscatto e di immagine nuova di una nazione che desiderava
risollevare il proprio destino.

Quell’Italia-Germania del
mondiale di Messico ‘70 era stata per la verità per 90 minuti una
gara un po’ noiosa: con i forti e possenti tedeschi guidati da un
Beckenbauer immenso (ferito, braccio appeso al collo per un
infortunio, ma imperiale nel suo incedere, Kaiser Franz) all’assalto
del solito, avveduto, catenaccio italiano.

Erano in vantaggio 1-0,
gli azzurri, grazie al goal di Boninsegna. E il pareggio tedesco
arrivò nel recupero del secondo tempo grazie al terzino Schnellinger
(tre goal in undici anni giocati in Italia, uno in nazionale:
quello), che si ritrovò sotto porta solo perché voleva arrivare
prima nello spogliatoio per evitare i fischi dei suoi tifosi. 

Nei
supplementari la sarabanda di gol: 2-1 per i tedeschi con Gerd
Muller, un po’ colpevole anche Poletti appena entrato, 2-2 firmato
da Burgnich, uno che nella sua carriera di difensore sarà arrivato
nell’area avversaria tre volte in tutto. E poi il 3-2 millimetrico di
Riva, 3-3 ancora di Muller con errore difensivo di Rivera. Pungolato
dagli insulti del portiere Albertosi, andò a riparare con un gol
incantevole appena rimessa la palla a centro campo: tiro di destro
sul tuffo di Maier verso il palo opposto.

In questi mesi di fermo
forzato al calcio e di repliche in tv di tanti eventi sportivi del
passato, ho rivisto due volte quella partita.

Quella
notte restai alzato anche io con mio padre a guardarla in
televisione: in un certo senso, quell’evento segnò la mia vita.
Rappresentò l’inizio di un nuovo affetto con i miei genitori e la
fine della mia adolescenza.

Ora, cinquanta anni dopo,
vedo mio nipote che sta entrando proprio in quel periodo dove
dobbiamo imparare a camminare con le nostre gambe.

Spero che, anche per lui
come per tanti nostri bambini e ragazzi, arrivi il momento in cui
potranno spiccare il loro volo e affrontare la vita a viso aperto,
come fece l’Italia in quella partita di calcio.

Tiziano Conti

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