Donald Trump si sta perdendo l’America

Di Tiziano Conti

L’appuntamento delle
presidenziali del 3 novembre, che solo a inizio marzo sembrava una
pura formalità, sta diventando un incubo per il presidente
Trump, indietro nei sondaggi, ma soprattutto sempre meno in
controllo del Paese. Trump latita nella battaglia sanitaria, fatica
nella crisi economico-sociale, fa la vittima con i social network –
proprio lui, che li ha usati come un randello contro tutti – rincorre
la Cina, annaspa sugli scontri di Minneapolis, scatenati
dall’insopportabile assassinio di George Floyd per mano di un
agente di polizia, arrestato dopo tre giorni di scontri.

Il giorno delle elezioni
è ancora molto lontano e troppe incognite vanificano ogni tentativo
di previsione, ma Joe Biden e i democratici, non solo per merito
loro, ora partono con un vantaggio insperato. E anche se non si può
sottovalutare la capacità di fuoco di un presidente in carica,
Donald Trump si sta perdendo l’America. 

Proviamo a mettere in
fila un po’ di dati. Il bilancio più doloroso è quello delle
vittime: oltre 100 mila morti per Covid, maglia nera nel
mondo. Da solo, lo stato di New York (venti milioni di abitanti)
presenta i dati dell’Italia, con 36 mila casi e 30 mila decessi,
mentre la California registra ora il più alto numero giornaliero di
positivi e sfiora le 4 mila vittime.

Il colpevole è stato
individuato nell’Oms: Trump annuncia lo stop alla collaborazione,
dopo aver già deciso la sospensione dei fondi all’organizzazione,
accusata di essere filo-cinese.  

C’è poi il bilancio
economico. Nei primi tre mesi dell’anno, quelli condizionati solo
in parte dal Covid, il Pil americano è sceso del 5%, poco più delle
attese, secondo i dati del Dipartimento del Commercio. Il secondo
trimestre polverizzerà ogni record: Goldman Sachs e Jp Morgan si
attendono una flessione tendenziale del 35-40%. Basti pensare che
altri 2,1 milioni di americani negli ultimi sette giorni hanno fatto
richiesta di un sussidio di disoccupazione. Il numero è salito così
a oltre 40 milioni di persone alla disperata ricerca di un posto di
lavoro: in pratica un lavoratore su quattro. 

Donald Trump vede
associato il suo nome a una recessione storica, che sta spazzando via
anche gli aiuti a pioggia che sono stati iniettati nel sistema e
distribuiti alle famiglie. La campagna elettorale, per come era stata
pensata dal presidente, è stata totalmente stravolta. Le primarie e
i tour elettorali sono scomparsi dal panorama politico. “Keep
America Great” (Mantieni grande l’America) scricchiola davanti
alla realtà quotidiana. 

Nel
frattempo Trump sa di dover alzare i toni e lavora sui suoi vecchi e
nuovi “nemici”. L’avversario ora sono i social network. Twitter
diventa una bestia da domare, l’amico “dei terroristi e dei
dittatori”, come scrive la Casa Bianca. Quei due post del
presidente marcati come potenzialmente fuorvianti hanno fatto
scattare un ordine esecutivo di Trump – l’equivalente dei DPCM
italiani di questi tempi – che modifica la sezione 230 del
“Communications Decency Act”, una legge del 1996 che garantiva
immunità penale alle piattaforme digitali rispetto ai contenuti
pubblicati da terzi.

“Siamo qui per difendere la libertà di
parola”, ha spiegato Trump, Lo schema è lo stesso, allora
vincente, di 4 anni fa: uno contro tutti. Allora erano i giornali e
le televisioni, stavolta tocca ai social network.  

C’è poi Minneapolis.
Violenza, razzismo, abuso di potere, c’è tutto questo nel video
che mostra l’agonia di un ragazzone afroamericano, soffocato dal
ginocchio di un agente. Ma le proteste vanno oltre Minneapolis, per
raggiungere altre città americane e mobilitare l’elettorato
afroamericano, già massicciamente schierato con Joe Biden.

Anche la corazzata
America che conoscevamo fino a pochi mesi fa è stata stravolta dalla
pandemia e dalla opacità della leadership di chi la guida.

Tiziano Conti

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