Come si diventa Donald Trump

Raccontato dalla nipote psicologa

Quasi un milione di copie
vendute in un giorno, come riporta il Los Angeles Times.

La pubblicazione a New
York del libro “Too Much and Never Enough” (Troppo
e mai abbastanza. Sottotitolo: Come la mia famiglia ha creato l’uomo
più pericoloso del mondo), di Mary L. Trump, psicologa nipote del
presidente degli Stati Uniti – figlia del fratello Fred jr. – non è
soltanto un evento mediatico, ma è soprattutto una interessante
novità che conferma certi aspetti della vita del presidente degli
Stati Uniti.

I maggiori giornali
americani hanno pubblicato ampi stralci, sufficienti tuttavia a
comprendere il tipo di argomenti inediti proposti dalla nipote Mary
per farci conoscere Donald Trump. Essenzialmente si tratta di
informazioni sul modo in cui il personaggio è cresciuto in famiglia
e del giudizio sulla sua attendibilità di leader della maggiore
potenza mondiale.

Il libro di Mary non è
politico né tantomeno ideologico. Anche le parti riguardanti i
pettegolezzi (“sei una tettona” rivolto da Donald alla nipote)
hanno una rilevanza marginale rispetto all’immagine caratteriale
della personalità disturbata che emerge dall’insieme della
narrazione. E’ la storia di come una famiglia avida, brutale e
piena di faide, abbia lasciato il segno sul giovanotto cresciuto in
un clima decisamente poco affettivo. L’ambiente familiare ha
prodotto una profonda cicatrice su Donald predisponendolo a
comportamenti aberranti, inganni e menzogne. 

Fin dall’ingresso
all’università (quando pagò qualcuno affinché facesse l’esame
di ammissione al posto suo) è stato abituato a imbrogliare il
prossimo e a rifugiarsi in un narcisismo patologico per essere
all’altezza del padre, cattivo, insensibile e carico di disprezzo
verso il prossimo. Il complesso di ragazzo trascurato lo ha reso un
megalomane sempre pronto a rassicurare se stesso dichiarandosi “il
più grande”, il “più bello” e il “più tutto” degli
altri.

A titolo di esempio,
un’altra fonte, Michael Cohen ex avvocato personale di Donald Trump
ha affermato, davanti a una commissione della Camera dei
Rappresentanti USA, che il presidente Usa non aveva alcun reale
motivo medico per cui venne riformato (una calcificazione dell’osso
del tallone), evitando di andare a combattere in Vietnam durante la
guerra. “Pensi che sia stupido? Non sarei mai andato in Vietnam”
avrebbe detto Trump (famosi oggi i suoi “Law and Order” su
Twitter) all’avvocato.

I
valori negativi trasmessi dalla dinastia hanno portato Donald Trump a
considerare che tutto l’altro da sé – uomini, donne, istituzioni,
nazioni – può essere ridotto a valore monetario con un prezzo che
può essere pagato. Di qui la convinzione che non vi sono barriere
quando si fanno gli affari anche con gruppi poco raccomandabili,
perché, tanto, con la propria grandezza, qualsiasi cosa è
trasformata in utilità, come le vicende della campagna elettorale
del 2016 hanno mostrato. Esemplare il fatto che in un paese così
puritano come gli Stati Uniti, attento ad ogni passaggio formale,
dovrà consegnare la sua dichiarazione dei redditi solo perché un
Tribunale glielo ha imposto.

Ovviamente, come spesso
succede bisogna considerare anche l’amarezza della nipote per come
suo padre, alcolizzato, morto quaranta anni fa, sia stato considerato
all’interno del clan Trump. Ma gli argomenti relativi ai motivi
familiari che hanno forgiato quel carattere che nella presidenza ha
dato vita ad alcune manifestazioni davvero discutibili, è un’altra
luce sull’uomo che permette di comprendere il perché gli Stati
Uniti hanno avuto un presidente così diverso da tutti i
predecessori.

Tiziano Conti

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