sabato 29 agosto 2020

Un fantastico sax

A cent'anni dalla nascita di Charlie Parker



 Venti giorni dopo che ebbe telefonato al signor Evaristo Cioffi, un pensionato di Affori, il procaccia postale gli consegnò un lungo pacco, confezionato con perizia e pazienza. 

Pagò in contrassegno £ 380.000 e si chiuse nello studio col cuore in aritmia. Entro pochi secondi avrebbe tenuto fra le mani un sassofono! 

Febbrilmente cercava di sciogliere i nodi del robusto spago che legava a croce e per le diagonali il pacco dalla perfetta forma di parallelepipedo smussata negli angoli. 

Aveva sempre avuto la mania di sciogliere i nodi e di conservare ogni laccio o nastro o semplice cordone; forse gli proveniva dalla parsimonia di una vecchia zia per la quale tutto o prima o poi tornava utile. 

Ma l'ultimo nodo era troppo stretto, e, furibondo, ricorse al coltello. Stracciò l'involucro di carta grossa tirando con forza la larga striscia di carta gommata sollevata a fatica con l'unghia, fece volare il coperchio dello scatolone e finalmente intravide, fra centinaia di cubetti di polistirolo, un giallo Selmer 1949, come con precisione recitava l'annuncio del Cioffi, da lui letto nella pagina «Compro-vendo» della «Parola», periodico padano dalla vita brevissima.

Andava matto per il suono del sassofono, ma nulla capiva di strumenti musicali. Gli sembrava magnifico, perfetto. Mentalmente disse un commosso grazie al Cioffi, e  s'infilò il collare di pelle che terminava con una chiavetta dorata a molla. Vi attaccò il sax e si sentì uno sborrone, e subito dopo un ridicolo, povero 'pataca'. 

Non aveva mai studiato musica, non conosceva una sola nota. Era un tranquillo maestro di scuola elementare, viveva con sua madre già avanti negli anni, piena d' acciacchi; molte letture di romanzi dell'Ottocento, aveva letto sei volte Il conte di Montecristo, quattro volte I miserabili e tre Delitto e castigo, qualche film d'essai nel piccolo cinema parrocchiale, un vecchio legame sentimentale con una collega fatto di assenza e di silenzi.

Se ne stava in piedi al centro dello studio, col sax che gli pendeva sul ventre. Era solo in casa, la madre era dalla vecchia del piano di sopra a lavorare a maglia, ma ugualmente lo assalì il terrore di essere spiato e di nuovo s'impadronì di lui la sgradevole sensazione di essere ridicolo. 

Il maestro Valeriani gira per casa con un sassofono al collo e fa il disinvolto!

Se lo sfilò infastidito e si sedette sul sofà col sax di traverso sulle gambe, bello, tentatore nella sua sinuosità. Premeva tasti qua e là e si aprivano i fori misteriosi di quel serpente di ottone, bisognoso d'aria per vivere, come le piante, gli animali e gli uomini.

Era un sax contralto. Decise di renderlo ancora più splendente e si mise a fregarlo accanitamente, metodicamente, col panno che sua madre usava per l'argenteria, iniziando dalla campana e salendo per il fitto intrico dei tasti. 

Era uno di quei tetri pomeriggi di novembre nei quali non si può fare altro che lucidare sassofoni. E lui lucidava il suo con un impegno amorevole che ne faceva brillare ogni millimetro quadrato.

Dopo due ore lo sollevò in alto come si fa coi bambini e sorrise al sax contralto Henri Selmer  n. 14257. Riflettendo la debole luce della lampada da tavolo, lo strumento la irradiava per tutto lo studio. Lui lo muoveva e gli effetti luminosi lo rapivano.

Ora doveva pulire l'imboccatura di legno nero che appariva velata da una patina grigiastra. La sfilò girandola un po' a destra e un po' a sinistra per rimuoverla e la posò sulla scrivania, sotto la lampada; poi, con un batuffolo di cotone imbevuto di alcol, cominciò a nettare il piccolo cono, dalla troncatura lentamente fino alla base. Il cotone si anneriva e il bocchino assumeva la lucentezza dell'ebano. 

Per ultima lasciò la parte anelliforme che va spinta entro il tubo d'ottone. La sfregò circolarmente un paio di volte, gettò il batuffolo nero nel cestino della carta e, soddisfatto, contemplò di nuovo il sax, tenendo l'imboccatura nella mano sinistra. Ora doveva reinfilarla e ridare completezza allo strumento. Se lo mise fra le gambe e quasi svenne.. 

Ammiccò e strabuzzò gli occhi, mentre l'improvvisa accelerazione dei battiti del cuore gli affannava il respiro: sulla parte terminale ad anello che andava infilata nel sax apparivano abrase dall'uso quattro lettere che formavano la parola BIRD.

Realizzò la storia di quel sassofono, forte di quanto gli aveva detto il Cioffi per telefono. L'aveva comprato nel 1951 a Parigi in occasione di un concorso bandistico al quale era stata invitata la sua banda. 

Su consiglio di un clarinettista di Bordeaux, che aveva definito il suo sassofono «vraiment catarrheux», il Cioffi aveva fatto in tempo a correre in un negozietto del 17° arrondissement e per ventimila vecchi franchi s'era portato a casa quel contralto.

A  Parigi, nel 1950, si era tenuto il Salon du Jazz  e  uno dei mostri era Charlie Parker, l'Uccello. Era l'idolo indiscusso di Valeriani che, fra i primi in Italia, era riuscito a procurarsi il celeberrimo «Bird on the coast», divenuto cavernoso per l'incisione di migliaia di puntine e messo in cornice dorata su velluto rosso.

Era la sua giovinezza appesa al muro. Parker aveva suonato, la prima sera, al di sotto delle sue strabilianti facoltà, distratto, e la seconda sera aveva fatto di peggio. Suonò per dieci minuti in modo strepitoso, poi sparì e nessuno lo vide per due giorni. Certamente era andato per eroina, whisky e puttane. Tornò prima che il pullman partisse per Orly, senza il sax, donatogli un anno prima da undici ammiratori parigini.

Adesso Valeriani lo teneva fra le mani! Ne era tanto sicuro che si sarebbe giocata la vita a scommettere che era andata così. Sentiva di avere come la febbre e i polpastrelli, toccando i tasti, ardevano. 

Ancora oggi non sa bene come andò; non ricorda i movimenti che fece, la sequenza dei gesti, perché tutto avvenne misteriosamente in pochi attimi. Un ronzio nelle orecchie, questo sì, mentre portava con estrema naturalezza il sax alle labbra. 

Suonò un incredibile Lover man, così lancinante e allucinato che lo lasciò stremato per ore e da anni lo turba. Non ha più toccato il contralto, che se ne sta appeso alla parete accanto al disco, affascinante e spaventevole.

Il maestro Valeriani non crede alla metempsicosi, ma da quel giorno, ogni volta che entra nello studio, guarda il sax e lo saluta «Hello, Bird!» e spera di risentirsi febbricitante e col formicolio ai polpastrelli delle mani.

L'altro giorno gli è parso di vederlo seduto sul sofà, tutto in bianco: pantaloni, camicia, scarpe, calzini, giacca, un ampio panama in testa. Solo un fiocco rosso alla Piccolo Lord Fauntleroy. Forse Bird gli ha strizzato l'occhio e il maestro aspetta di sentirsi strano.
 
                              In memoria di Charlie Parker
                              (Kansas City 29 agosto 1920    
                           - New York 12 marzo 1955)  

Marcello Savini

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