martedì 20 ottobre 2020

Baby calcio, quando una parata ridimensiona tutti

Il calcio giovanile dovrebbe essere educativo e formativo, chi vede campioni a undici anni è miope

di Daniele Baldini

Una domenica mattina, un campetto da calcio, una palla, due squadre di ragazzini, genitori a bordo campo che fanno il tifo, molto spesso esagerando e con frasi che andrebbero censurate, e gli allenatori che in alcuni casi pensano di essere in una finale di Champions League, questa è la fotografia tra "luci e ombre" del baby calcio, pulcini a cui, di sovente, fanno credere di essere aquile e che quando si risvegliano accorgendosi di non avere le ali per volare sopra le nuvole la delusione è immensa.

La storia, che potrebbe essere trasformata in un "reality" televisivo, inizia con l'ingresso sul campetto delle squadre, la prima spocchiosa, sicura di se, con divise da fare invidia ai migliori club e seguita dai football trainer che nel dare le indicazioni ai mini campioni traspirano un atteggiamento quasi di sufficienza, certi di "vincere facile" una pratica matematica più che una partita; poi l'ingresso della seconda formazione, più timida o meglio più umana, un papà simpaticamente e con il sorriso li ha definiti, nel senso più dolce del termine, "trovatelli", con divise da allenamento, addirittura senza numero, seguiti da un bravissimo allenatore, conoscitore del mondo del pallone, che sa dispensare giusti consigli in una compostezza ammirevole.

La partita, non va come previsto dai talent scout del pallone e termina con un giusto pareggio (2-2) grazie ad una parata "sensazionale" quasi al termine del secondo tempo. Un gesto atletico, istintivo che libera paure e tensioni, del portierino, in un urlo di felicità seguito dall'applauso di tutto il pubblico presente. Un fulmine a ciel sereno che mette in dubbio tante certezze, valutazioni e scelte dell'allenatore degli avversari.

Rilevanti, dopo la partita, le parole del piccolo portiere: "Avevo paura prima di entrare in campo sapendo che gli altri sono molto forti, ma poi è passata e su quel tiro ho chiuso gli occhi e mi sono tuffato.... sapevo che la palla andava li". Parole sincere di un piccolo "campioncino" che riflettono l'essere bambino, la sincerità, la paura, il timore e la consapevolezza delle difficoltà di una sfida ma contestualmente il coraggio di scendere in campo e lottare per dimostrare che nulla è scontato nel gioco cosi come nella vita.

Questo è ciò che il calcio dei piccoli dovrebbe essere, una scuola e una palestra per educare e formare gli adulti del futuro rendendoli capaci di affrontare le difficoltà che la vita riserverà.

Daniele Baldini


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