“Per non dimenticare”

Di Roberto Drei 

Viviamo
giorni difficili, alle prese con un secondo lock down che oltre a
mietere vittime rischia di compromettere definitivamente, portandole al
fallimento, una serie numerosissima di attività economiche , mandando in
rovina quanti le gestivano e le loro famiglie.

Poi,
se tutto ciò non bastasse, gli italiani si trovano a fare i conti con
un’informazione, proveniente dalla comunità medico scientifica,
tutt’altro che univoca, capace solo di diffondere dubbi ed interrogativi
sui quali mancano risposte certe.

Ci si
interroga su tutto, senza che da parte di chi le dovrebbe dare giungano
indicazioni certe, rassicurazioni e risposte chiare; tutto ciò alimenta
confusione ed incertezza.

Un mio caro amico, non di Lugo, ha vissuto la tremenda esperienza del Covid.

Ricoverato in ospedale dal 25 marzo fino a metà aprile, è riuscito a salvarsi e ad essere dimesso.

Di
seguito riporto una mail che mi ha inviato nei giorni scorsi, nella
quale commenta la situazione odierna e ciò che ha vissuto.

Credo
sia utile leggerla ma, soprattutto, fare tesoro di quanto ci descrive,
sapendo a cosa possiamo andare incontro se non seguiamo le indicazioni
per non ammalarci.

 

“Da buon testimone, posso dire che alcuni mesi fa era molto peggio.

Non
fosse altro perché queste situazioni erano continuamente sotto gli
occhi degli altri pazienti, come me, che erano lì per la stessa
drammatica patologia, mica per una influenza.

E
con la consapevolezza che prima o poi sarebbe potuto accadere a te,
lontano da tutti, solo con te stesso, senza più poterti raccontare
illusorie bugie.

Chi non ha visto non riesce a capire l’abisso della mente prima di quello del fisico.

Qui la morte è meno poetica e nobile della sua vulgata che la vede con la lunga tunica nera e la falce in spalla.

Qui
sta negli occhi sbarrati dalla paura e dallo stupore di quei poveretti
che non respirano e la morte che arriva asettica con le tute bianche dei
medici, che, pure loro, piangono disperati.

Intanto a te fanno terapie sperimentali, mescolando insieme titubanza, speranza, disperazione.

A
fine turno a tutto il personale sanitario fanno terapie di sostegno
psicologico, però i più, stremati da turni di 14 ore con il pannoloni,
 la fame, la sete e l’angoscia, si accasciano a dormire.

E poi si ricomincia. Tutti, medici e pazienti. 

C’è chi combatte e chi semplicemente spera, chi tutti e due.

Meno male che io, per fortuna, cultura, storia e carattere, non mollo mai.

Posso solo essere sconfitto. E lo metto in conto, naturalmente.

Ma questa è un’altra storia.

Mi è andata bene, a quei 700 morti al giorno e dei quali non si sa nulla, talvolta neanche il nome, no.

E non possiamo fingere che sia routine, non così.  

Diglielo
a chi fa finta di niente, a chi da un intollerabile fastidio la
mascherina, a chi non sopporta di stare attento, a chi ……”

Ciao Roberto.

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