sabato 14 novembre 2020

Narrazione versus realtà

 Di Tiziano Conti

In casa Trump non riescono ancora a darsi ragione sul risultato delle elezioni.

Nemmeno nelle ultime ore Trump ha abbandonato la linea politica del suo mandato, portando al massimo dello stress il sistema e arrivando a mettere in discussione le basi su cui si regge la democrazia americana. In questa incapacità di gestire la sconfitta vi è certamente un tratto psicologico legato a un profondo narcisismo e a un’immagine esasperata di sé, ma anche la tattica e la chiave con cui ha affrontato tutto il suo incarico: il richiamo profondo e identitario a un’America di cui è stato quasi un leader religioso.

Poi, come affermato dal segretario di Stato Pompeo, “si stanno preparando per una transizione light verso un nuovo mandato di... Donald Trump”. Sono vittime cioè della loro narrazione basata su una realtà parallela e immaginaria nella quale loro hanno sempre ragione.

Lui e il suo staff hanno seminato l’allarme per settimane dicendo che le Poste saranno le responsabili di un sicuro imbroglio. Si va al voto e non si ottiene il risultato preventivato. Già durante lo scrutinio si afferma che il voto postale è fraudolento, parlando di “centinaia di casi”, ma senza citarne nemmeno uno. Si rifiuta il riconoscimento al vincitore. Addirittura un governatore annuncia una taglia di 1 milione di dollari per chi fornirà prove di brogli, e nessuno si fa avanti, gli osservatori dell’OCSE (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, costituita da 37 Stati di ogni parte del mondo) certificano la trasparenza dello scrutinio e i leader europei, la Cina e il Papa si congratulano con Biden. In aggiunta, con una presa di posizione pubblica e bipartisan, i responsabili elettorali americani a livello federale, statale e locale hanno rilasciato una nota in cui affermano che “Le elezioni appena terminate sono state le più sicure nella storia degli Stati Uniti”.

E va avanti così. Fatti alternativi, conseguenze alternative. Esistono due realtà in questo momento negli Stati Uniti, quella “reale”, che vede la vittoria del candidato democratico e quella “alternativa”, nella quale ha vinto Trump: ritenuta vera, secondo un sondaggio, dal 40% degli elettori repubblicani.

Trump non è un folle isolato alla Casa Bianca, ma rappresenta milioni di persone che credono e vivono in quella “realtà alternativa” che è alla fine dei conti una fuga dalla realtà. Anche perché si rifiuta il confronto o anche lo scontro con l’avversario, per rifugiarsi in una realtà costruita secondo la propria volontà e quindi, per definizione, inattaccabile.

Nel mondo di Trump non si perde, si è vittima di complotti; le cose non sono complesse, sono sempre manipolate; non contano i meriti o gli studi, basta l’intuito. Un mondo nel quale la cura per il Covid (o “China-virus”) c’è da tempo ma “non vogliono farlo sapere”, dove meglio stare alla larga dai vaccini, nel quale non fidarsi dallo Stato, ma anzi armarsi per difendersi; dove il mondo dovrebbe tornare a essere “come una volta”; dove siamo vittime di un grande complotto che vorrebbe vederci tutti infelici, meticci e schiavi di un grande puparo, il cosiddetto (da loro) “Deep State”.

Forse varrebbe la pena domandarsi perché il mondo di Trump sia così, senza speranza, ma più inquietante è il fatto che milioni di persone la pensino come lui, e non solo negli Stati Uniti.

A me hanno sempre insegnato che dalle sconfitte si impara a crescere.

Se mentre stai perdendo ad una partita di calcio, prendi il pallone e scappi, resterai sempre un bambino.

Se invece dai tutto il meglio di te stesso, puoi uscire a testa alta dal rettangolo di gioco anche quando sei stato sconfitto, possibilmente avendo intuito dove devi migliorare per vincere la prossima partita.

Tiziano Conti


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