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giovedì 24 dicembre 2020

Il Natale dei nonni

di Armanda Capucci


Il Natale dei nonni

In tempo di Covid si fanno molti confronti: Natale oggi, Natale ieri. Ci si lamenta perché quest’anno sarà un Natale “diverso” per vari motivi. Non si potrà partecipare alla tradizionale messa di mezzanotte che molte parrocchie anticipavano anche gli anni scorsi, non si potrà passare da un comune all’altro per il cenone di Natale e quello di Capodanno e, poi, “con meno regali di Natale la gente si deprime”. Peccato! Eppure, dai primi giorni di novembre, nei negozi erano già esposti tutti gli ingredienti del Natale consumistico: panettoni, dolci, pacchi dono, alberelli di Natale, luminarie. Ed anche le strade e le piazze sono illuminate a cancellare quel grigiore e quella depressione che ci invadono ormai da molti mesi.

 Ma, al tempo dei nonni il Natale era lontano anni luce da quello moderno. Non era certo colpa del Covid, ma quanto a festeggiare, per grandi e piccini, era davvero un’altra cosa. Ci si preparava appena qualche giorno prima e la vigilia era un giorno speciale, quasi più bello del giorno di Natale. I bambini andavano a raccogliere il bel muschio verde lungo le rive dei fossi per fare il presepe e rientravano in casa infreddoliti a scaldarsi davanti al grande camino sempre acceso; di solito era un presepe povero con poche statuette, qualche tronco per la capanna, le pecorelle di ovatta e la farina per fare la neve, eppure, per tutti era un momento di gioia. Non esisteva l’albero di Natale, importato soltanto dopo la seconda Guerra mondiale, non si facevano regali se non caramelle o qualche arancia, rimandati alla Befana per i più piccoli. La sera della Vigilia gli uomini della famiglia mettevano a bruciare nel camino e “zoc d’ Nadèl”, il ciocco di Natale, un grosso tronco che doveva bruciare ininterrottamente fino alla sera del giorno dopo: non si poteva spegnere perché sarebbe stato di cattivo augurio e tutti, grandi e piccini, si divertivano con lo “zampino” a stuzzicarlo per far salire una miriade di scintille lungo la cappa del camino: più numerose erano, più fortunato sarebbe stato l’anno successivo.

 La cucina era l’unico luogo riscaldato della casa, a meno che la famiglia non fosse benestante e disponesse anche di qualche stufa. La mattina della vigila, le donne si alzavano di buon’ ora per fare il pane fresco da cuocere nel forno che si trovava di fronte alla casa accanto al pollaio ed al porcile e, nel pomeriggio, preparavano il pranzo di Natale. L’azdora faceva la sfoglia, le altre donne grattavano il parmigiano per fare il “batù”, il ripieno per i cappelletti a confezionare i quali partecipava tutta la famiglia, anche gli uomini, e guai a chi sbagliava a ripiegare nel modo giusto il quadretto di pasta ripieno! Nel forno a legna si cuocevano anche l’arrosto e la ciambella con gli zuccherini, “i zucaren”. Era il massimo, ed un profumo delizioso di cose buone si spandeva nell’aria. I panettoni sarebbero stati importati anch’essi, molti anni dopo. In qualche famiglia un po’ meno povera, la mamma preparava anche la zuppa inglese che era una crema squisita. Poi, si attendeva la sera per la messa di mezzanotte.

 Si mettevano a letto presto i bambini sorvegliati dai nonni mentre gli adulti più giovani, intabarrati nei loro mantelli si avviavano a piedi verso la chiesa; non un’ automobile, solo qualche rara bicicletta. La campagna si animava; si incamminavano per le strade buie illuminate soltanto dalla luna ma, quasi ogni anno, a Natale, c’era una bella sorpresa: la neve. Allora le ombre si stagliavano lunghe in quel chiarore perché i lampioni illuminavano soltanto la piazza principale e quella della chiesa: era bello guardare in alto, nel fascio di luce, la neve che fioccava lenta ad imbiancare col suo manto quella santa notte. Non alberi addobbati, non luminarie, ma tanta gioia nel cuore. La mattina di Natale, i bambini si svegliavano al profumo del latte fresco e del buon brodo per i cappelletti, già messo a bollire nella pentola con il cappone ed il manzo, che la famiglia si poteva permettere soltanto qualche volta all’anno. E il pranzo era pieno d’allegria. Nel pomeriggio i piccoli giocavano e si rincorrevano fra i piedi degli adulti che sonnecchiavano intorno al camino, se non giungeva qualche rara visita di parenti, oppure si divertivano a giocare a carte. Non c’erano altri passatempi perché, prima degli anni ’40 nessuno possedeva la radio e tantomeno la televisione che arrivò soltanto negli anni ’60. Il giorno di Santo Stefano si faceva ancora festa, ancora a tavola per terminare gli avanzi e qualcosa di buono rimaneva anche per Capodanno. Lo attendevano soprattutto i bambini che correvano a frotte per le strade e sostavano davanti alle abitazioni ad augurare un buon anno nuovo in cambio di una piccola mancia: “Bon dè, bon an, Dio av déga un bo guadagn, in tla stala, in te stalett int la bisaca de curpett….”.

 Le donne, quel giorno, dovevano chiudersi in casa perché secondo la tradizione incontrarle “portava disgrazia”. Nel secondo dopoguerra, però, cominciarono a comparire i veglioni di Capodanno e i giovani, ragazzi e ragazze, come risvegliati da un lungo torpore, riempivano le sale da ballo. Restava ancora una festa, l’ultima, fatta per i bambini, che ha sfidato la tradizione e rimane ancor oggi: l’Epifania con i suoi Magi, ma anche con la Befana che portava i suoi doni ai più buoni, scendendo dal camino per riempire la vecchia calza della nonna, appesa con ansia la sera prima di andare a letto. Doni semplici, ma fatti con tanto amore, con i pochi risparmi delle mamme. Poi, l’Epifania, detta comunemente “la Pasquetta”, metteva “tutte le feste in una cassetta” e non se ne parlava più fino alla vera Pasqua.

 (A. Capucci)

 


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