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lunedì 21 dicembre 2020

Sei un leader moderno se...

 di Tiziano Conti


 

Sei Forte? Gentile? Vulnerabile? Sei un leader moderno!


“Siate forti e siate gentili”, va dicendo in questo periodo la Prima Ministra neo-zelandese Jacinda Ardern. E così rivoluziona la nostra idea di leadership. Come si fa ad essere forti e gentili al tempo stesso, quando ci hanno insegnato che la forza è qualcosa di brutale e di “fisico”, che muove le cose contro tutto e contro tutti? Perché proprio oggi dovrebbe servire questo tipo di leadership, quando sembra avere conseguenze come la riduzione della velocità e l’aumento della complessità da gestire?

Nel 2001, durante le concitate fasi di emergenza che hanno seguito il crollo delle Torri Gemelle, uno dei capi dei vigili del fuoco è salito su un camion, si è tolto l’elmetto e ha chiesto a tutti i colleghi di fare lo stesso: “Abbiamo perso molte persone oggi. Meritano un momento di silenzio”, ha detto. Un gesto semplice e inaspettato, che ha fatto sentire tutti vicini e compresi nella sofferenza che stavano provando, e che li ha fatti tornare al lavoro con più energia di prima.

Perché nell’emergenza, soprattutto se prolungata e dai confini incerti come quella che stiamo vivendo, è proprio l’energia che viene a mancare nelle persone, spesso portandosi via il senso di quel che si fa. Abbiamo bisogno di sentirci al sicuro e abbiamo bisogno di sapere che non siamo soli. Guardiamo ai nostri leader, sul lavoro, in politica e nella vita, per cercare di arrivare al sicuro, insieme. Nella crisi, emerge ancora più forte l’evidenza che è impossibile che uno solo abbia risposte per tutti gli altri e il leader ha l’occasione di conquistare un’altra dimensione di impatto, più profonda: può veramente fare la differenza per le persone, con la gentilezza. Una gentilezza che è l’espressione, attraverso gesti concreti, di almeno tre modalità.

La prima: riconoscere lo stato di bisogno degli altri e di dargli priorità. Decidere quindi consapevolmente di prestare attenzione ai segnali di difficoltà psicologica, allenando una capacità di empatia che tutti gli esseri umani hanno. Da questa dipende infatti la sopravvivenza sociale della nostra specie, in cui nessun individuo può farcela da solo.

La seconda: la capacità di permettere agli altri di dare un nome alle proprie emozioni. I capi infatti non devono risolvere i problemi, ma saper offrire alle persone gli strumenti perché li risolvano da sé: lo stesso vale con la gestione delle emozioni negative. Spesso i leader esitano ad aprire la porta delle emozioni dei collaboratori perché pensano di doverle poi risolvere. Molto meglio sarebbe creare delle opportunità nelle quali le persone sentano di potersi esprimere in sicurezza, per riappropriarsi dell’energia emotiva necessaria a guarirsi da sé.

La terza: la gentilezza è il segnale di una capacità anche più difficile delle altre due. Quella di avere cura di sé, di orientare verso di sé la stessa attenzione e la stessa cura che rendono possibile la guarigione degli altri: perché anche il leader è indifeso in tempo di crisi.

Essere “leader forte e gentile”: le definizioni più ardite e rivoluzionarie hanno bisogno di poche parole, soprattutto se ad affermarle è chi le dimostra con i fatti.

Davvero la Nuova Zelanda è proprio agli antipodi, dall’altra parte del mondo rispetto all’Italia!


Tiziano Conti


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