De Gasperi e i giorni nostri

I tempi cambiano, le fondamenta restano

 

Sono molti coloro che pensano che la situazione politica odierna presenti molte analogie col periodo dei primi governi De Gasperi subito dopo il secondo conflitto mondiale. Si camminava ancora tra le macerie della guerra e un sentimento di tristezza e di angoscia per le sorti future del Paese attraversava tutte le fasce sociali, le forze politiche diversamente collocate, gli uomini di governo, tutte le generazioni. Alcide De Gasperi capiva il dramma che si stava vivendo e non ebbe molte esitazioni nel varare un governo laico, non confessionale e – ovviamente – che prendesse le distanza dal periodo del ventennio.

La salvezza e la ripresa del nostro Paese, era solito affermare, passa attraverso la democrazia e la libertà, il futuro non è da affidare alla conservazione, ma all’apertura. E cosi fece. Nacque il suo governo di cui fecero parte, solo per citarne alcuni, Pietro Nenni, Giovanni Gronchi, Palmiro Togliatti, Antonio Segni, Ugo La Malfa, Giorgio Amendola, Bruno Visentini, Manlio Brosio. Quel governo tracciò i percorsi per instradare il Paese verso lo sviluppo economico, sociale e culturale, con il contributo di tutte le forze democratiche, lasciando fuori le forze che si richiamavano al fascismo. Quella politica poggiava la sua azione su alcuni solidi principi di fondo: unità della nazione e del popolo italiano; una visione europea; il rispetto delle regole come presupposto di ogni forma di libertà; la funzione di servizio del politico e l’impegno assiduo e leale per aiutare il Paese.

De Gasperi, nella conferenza di pace del 1946 a Parigi, con un mirabile discorso (“Prendendo la parola in questo consesso mondiale sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”) fece mutare atteggiamento alle potenze vincitrici della seconda guerra mondiale riportando l’Italia dentro un perimetro di credibilità che, sino ad allora era piuttosto traballante. Diceva: “Il mio servizio è dello Stato e del popolo italiano, dello Stato che è popolo; dello Stato che è rappresentato dai suoi organi ufficiali esecutivi, la cui essenza, la cui vitalità si prospetta nell’avvenire e rappresenta l’eternità della nazione. Siate quindi imparziali e forti, soprattutto perché la forza dello Stato viene dalla giustizia e dalla sua imparzialità. L’ordine si mantiene non col servire a l’una o all’altra parte, ma col servire la libertà”.

E aggiungeva: “Non si può votare in un certo senso nell’aula del governo e fare fuori la campagna contro lo stesso governo, non si può soprattutto usare e profittare delle forme legali della democrazia e tenere in riserva una eventualità antidemocratica”.

Draghi purtroppo non si circonda di personaggi della levatura di quelli sopra richiamati e sulle sue spalle gravano tutte le aspettative di successo.

Auguriamoci che le difficoltà che stiamo attraversando sappiano indicare la strada della responsabilità anche a coloro che – al momento – sembrano averla un poco smarrita.

 

Tiziano Conti

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