Presidenzialismo per l’Italia? (Almeno per ora) no, grazie!

Monarchia o repubblica? Democrazia o plutocrazia? Presidenzialismo o parlamentarismo? Le parole possono essere leggere come piume o pesanti come macigni, quindi da maneggiare con prudenza e ricorrendo, quanto più possibile, all’analisi del pensiero sottostante.
Partiamo dall’ultima antitesi e vediamo se la formula di ciascuna delle due serve, in sé, a spiegare il vero problema sul quale ci si interroga: l’una può garantire meglio dell’altra la governabilità? A quale condizione si può rinunciare all’una per scegliere l’altra? Il livello di maturità di una democrazia è un fattore che può influenzare il conseguimento dell’obiettivo che si vuole raggiungere?
L’espressione di una democrazia di tipo occidentale avanzato, quindi la tutela dei diritti, la parità dei cittadini difronte alla legge, l’equità fiscale, e così via, non sono necessariamente influenzati dalla forma istituzionale, ma da livelli di maturità e di sensibilità che sono progrediti nel tempo e che trovano un riferimento più concreto nel livello di partecipazione e negli strumenti che l’istituzione è capace di garantire, in risposta a domande emergenti nella società. In una graduatoria pur sommaria di valori non si può dire che la Francia e gli Stati Uniti, presidenzialisti, siano meglio attrezzati di Germania e Gran Bretagna, parlamentariste, sul versante dei diritti di cui si diceva sopra: i punti di forza e quelli di debolezza sono ascrivibili ad elementi che nulla hanno a che fare con la forma istituzionale. Non giova, peraltro, estendere l’analisi ai paesi dell’Europa orientale nei quali appare evidente come le condizioni per la transizione democratica stiano procedendo in modo decisamente confuso e farraginoso (usando due termini conciliati) e il loro livello di maturazione non è certo influenzato dal livello istituzionale.
Quindi, può essere la governabilità il fattore discriminante? Un presidenzialismo è più efficiente perché il Capo dello Stato e Capo del Governo è eletto direttamente con suffragio popolare? Restringiamo l’analisi considerando Francia e Gran Bretagna: in più di 75 anni dalla fine del secondo conflitto mondiale i due paesi hanno visto succedersi una decina di leader politici, che sono pure stati presidenti nella rispettiva forma istituzionale; la nostra Italia fra i 40 e il 45 Primi Ministri, con una durata media dei governi inferiore ad un anno (qui è la macroscopica differenza dei numeri più che la loro precisione ad essere utile nella valutazione).
Guardiamo anche alla struttura base della democrazia, ai partiti: in quelle occidentali che abbiamo richiamato, dal secondo dopoguerra (ma per alcune ancora da molto prima) si confrontano due partiti a forte radicamento popolare, con sporadici inserimenti di altre formazioni, che completano le opzioni politiche ma non influiscono sui livelli di governabilità. Nel nostro Paese dalla fine della cosiddetta seconda repubblica sono apparsi sulla scena i partiti identificati con una persona, che spesso hanno ottenuto elevate percentuali di consenso ed hanno avuto loro leader a capo dei Governi, salvo poi precipitare nell’irrilevanza: ne abbiamo preso atto ma non possiamo certo dire che anche larghe maggioranze a loro sostegno abbiano contribuito a far aumentare i livelli di governabilità.
La fine della “guerra fredda” aveva fatto sperare nel possibile miglioramento dei livelli di democrazia nel nostro Paese, non più obbligato a dividersi dietro gli steccati ma aperto al confronto e all’alternanza; a sconvolgere questa visione ottimistica si è scatenato lo scandalo di “Tangentopoli”, che ha ribaltato gli scenari ed ha costituito il presupposto per la formazione di aggregazioni non radicate, capaci di grande consenso, che hanno pure assunto massime responsabilità di governo ad ogni livello, raccogliendo spesso diffusi e condivisibili sentimenti di disagio e di protesta. Il nuovo scenario ha però presentato aspetti di grande instabilità e volatilità del consenso, tanto che governi sostenuti da larghe maggioranze si sono poi disgregati senza lasciare alcuna eredità politica e istituzionale. In sostanza: non siamo certamente secondi ad alcuno dei nostri partner internazionali nel contesto dei diritti civili e delle conquiste economiche e sociali degli ultimi decenni, mentre non possiamo negare un deficit di stabilità politica ed istituzionale, che certamente ne determina una valutazione di minore maturità. In questo, anche i pochi partiti “storici” rimasti tuttora sulla scena hanno le loro responsabilità.
In una situazione di conclamata instabilità come quella che stiamo vivendo, la prima cosa da fare è quella di operare tutti per l’evoluzione del nostro sistema democratico verso forme più partecipate e strutturate, nelle quali possano trovare spazio visioni di medio/lungo periodo e non solo tattiche legate ai sondaggi, per cercare di sfruttare anche un solo episodio favorevole e sperare di trarne vantaggio elettorale. Seguendo il solco indicato, la riforma che fa bene al nostro Paese non è quella Costituzionale in senso presidenziale, ma una ben più semplice e meno distorsiva riforma elettorale nella quale si finisca di coltivare piccoli orticelli ma si dia una certezza di governo con la formazione di solide maggioranze che non siano messe in discussione da eventi occasionali o schizofrenie alle quali siamo stati purtroppo abituati.
La nostra Costituzione è il bene più prezioso e non deve essere mutata nei suoi valori istituzionali fondamentali, quali la forma di governo come attualmente concepita. Una sua modifica in senso Presidenziale potrebbe alterare lo spirito che i Padri Costituenti, con quasi unanime espressione di consenso, vollero darle per garantire gli equilibri posti a custodia della convivenza civile e lontani da esperienze disastrose come quella che si era appena conclusa con il secondo conflitto mondiale. Questo monito è ancora valido e deve convincere quanti più possibile che la ricerca di un malinteso Presidenzialismo allo scopo di migliorare la governabilità può nascondere rischi di pericolosi ritorni al passato, sconfitti dalla lotta partigiana e poi condannati dalla storia e dalla coscienza democratica.
“Un uomo solo al comando …… ” evoca una grande impresa sportiva; ma nella nostra situazione attuale, per la figura istituzionale che è stata finora la maggiore e migliore difesa della Costituzione, se ne può e se ne deve fare a meno!

Raffaele Clò


 

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