Workers buyout: una risposta intelligente alla crisi di un’impresa

Una lavanderia industriale vittima di frode va in deficit e presto non ha più possibilità di pagare gli stipendi. Impotenti, i lavoratori sanno che l’impresa si muove alla deriva. E il peggio da lì a poco coinciderà con il disastro: l’epidemia da Covid. Si fermano le macchine. Per i 26 dipendenti, niente ammortizzatori sociali, anche se per un errore risultano tutti in cassa integrazione. La maggior parte si rassegna. Ma tra di loro ci sono Maria, Giacomo, Marco, Patrizia, Cinzia, che hanno tra i 50 e i 55 anni, Valeria di 37 ed Emiro che ha anche un bambino. Tutti temono che alla loro età e in piena pandemia sia più facile essere colpiti da un fulmine che trovare un altro posto di lavoro.

In sette, si convincono che – nonostante il crack dell’azienda, l’economia in difficoltà per il Covid, che tiene in scacco l’Europa e il mondo – ci si debba giocare il tutto per tutto. E quando l’azienda fallisce e rimane solo un capannone vuoto, in sette tirano fuori l’asso dalla manica e fondano un workers buyout con l’aiuto di Legacoop Lazio e il finanziamento di CFI e Coopfond, strumenti finanziari a disposizione delle cooperative.

Il WBO è un’azione di salvataggio dell’azienda, o di una sua parte, realizzata dai dipendenti che subentrano nella proprietà. Questi interventi sono resi possibili dal sostegno della Legge Marcora (L. 49/1985), efficace strumento di politica attiva del lavoro, utilizzato per rigenerare un’impresa in crisi economica oppure nei casi in cui bisogna favorire un ricambio generazionale all’azienda senza eredi interessati a dare continuità all’attività imprenditoriale.

Gli ex dipendenti si trasformano in imprenditori e fondano una cooperativa: 7Wash, lavanderia artigianale in provincia di Viterbo. Ricominciano da zero: non hanno una sede e così all’inizio si servono del garage di una collega. Non hanno un soldo ma investono a testa 7.500 euro e con un capitale sociale di 52.500 euro ricominciano la salita. Sarà una corsa verso una ritrovata sicurezza. Perché dall’anno scorso ad oggi hanno quintuplicato i clienti: oggi sono in quaranta, tra piccoli b&b e ristoranti della Tuscia viterbese.

Sul sito web di “CFI – Cooperazione Finanza Impresa”, investitore istituzionale a sostegno della cooperazione, il racconto di Valeria, una dei sette fondatori.

Ma i loro sacrifici non sono finiti: hanno stipendi ridotti a cifre da apprendisti ma un grande senso di solidarietà che li unisce. “Ancora paghiamo le conseguenze a livello emotivo di quanto accaduto. Abbiamo iniziato con il dubbio: apri una lavanderia tua ma poi cosa mangi se non hai uno stipendio?” racconta Valeria. “Ma a giugno dello scorso anno, quando sono arrivati i finanziamenti di CFI, abbiamo ingranato la marcia e comprato macchinari e furgone. Da allora siamo in uno stabilimento a Settevene, nel Comune di Nepi, nel viterbese. Dal dicembre del 2021 lavoriamo in un capannone di 200 mq in una zona industriale e abbiamo comprato i macchinari per lo stiro da una lavanderia che ha chiuso”. E aggiunge: “C’è una cosa che va raccontata di questa storia: ed è la tenacia che deriva dal voler continuare a lavorare insieme perché questo workers buyout ci ha permesso di renderci utili quando in realtà prima, travolti dalla crisi dell’azienda, pensavamo di non essere utili a nessuno. E invece adesso ognuno di noi si spalleggia e siamo convinti di potercela fare”.

Quando la solidarietà genera imprese, lavoro e sostiene le persone nel loro cammino.

Tiziano Conti

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