Parigi, 1924: tutto è iniziato con “Olympia”, Berlino, 1936

Ci racconteranno le Olimpiadi di Parigi da un punto di vista documentaristico due fratelli francesi, Jules e Gédéon Naudet, diventati famosi per avere filmato da vicino, quasi per caso, tutta la tragedia delle Torri gemelle a New York, 11 settembre 2001.

Altre volte le Olimpiadi hanno scelto grandi registi per farsi ritrarre: Claude Lelouch (Grenoble 1968 e Monaco 1972), Milos Forman (Monaco 1972), Carlos Saura (Barcellona 1992), Naomi Kawase (Tokyo 2021), anche se nessun risultato alla fine è stato eccezionale.

A parte Leni Riefenstahl, che con “Olympia” reinventò la mistica dei Giochi e che a Berlino nel 1936 anticipò tutto: tecnica, gioco, movimento.

La sua fu una regia del futuro: bucò il prato dello stadio, usò le mongolfiere, inquadrò i volti in tribuna. Non aveva la tv-gru e nemmeno la steadycam (la camera con cui l’operatore ha le mani libere per controllare la macchina, muoversi senza impedimenti e anche correre), ma aveva Adolf Hitler che la finanziava. “Olympia” costò 4 volte il budget di un film di allora, fu una superproduzione: 60 operatori, una squadra permanente di 300 persone, 400 mila metri di pellicola, 250 ore di girato, due anni di montaggio.

Leni pretese cameramen che conoscessero lo sport: Gustav Lantschner, austriaco, il suo operatore e collaboratore più fidato, aveva vinto l’oro nella discesa libera ai Mondiali nel ’32 e l’argento in combinata ai Giochi Invernali nel ’36. Non proprio uno qualunque, lui stesso ricordava che li allenò a girare senza pellicola, per imparare a catturare i gesti rapidi delle gare.

Riefenstahl insonorizzò le macchine da presa, così che il rumore non infastidisse gli atleti, inventò i carrelli a velocità variabile, usò i palloni aerostatici dalla Luftwaffe per le riprese dall’alto. Scoprì quale tipo di pellicola fosse preferibile per i ritratti, per i monumenti, per il verde del prato. Legò delle piccole cineprese, ognuna con 5 metri di pellicola, alle selle dei concorrenti nelle gare di equitazione, costruì cestini di corda, sempre con dentro la telecamera, e chiese ai maratoneti di avvolgerli al petto. Scavò anche buche all’interno dello stadio per riprendere gli atleti dal basso, con il cielo come sfondo. Jesse Owens quasi ci cadde dentro. Per il lancio del martello avevano costruito un circuito di rotaie attorno alla pedana.

Olympia venne presentato il 20 aprile 1938 a Berlino per il quarantanovesimo compleanno di Hitler. Verso la fine di quell’anno Leni portò il film in America, ma in Germania c’era stata la Notte dei Cristalli e Hollywood le fece trovate tutte le porte chiuse, grazie alle prese di posizione di Fritz Lang e dagli altri cineasti tedeschi espatriati a causa del nazismo.

Riefenstahl, morta a 101 anni nel 2003, è stata la regista di Hitler e del suo regime.

Antoine de Baecque, critico francese e storico del cinema, ha definito la sua vita: “Un secolo di viaggi senza morale”.

Quasi novanta anni dopo, i Giochi Olimpici cambiano immagine e si consegnano a due documentaristi che si sono occupati della grande tragedia che ha dato inizio al nuovo Millennio e che – allora non lo sapevamo – ha anticipato i drammi di questi ultimi anni.

Come se anche i Cinque Cerchi avessero bisogno di un filo per ricucire gli strappi, di ricordarci che il mondo ha bisogno che tutti gli uomini si sentano più fratelli.

Tiziano Conti

Foto Wikipedia, di Bundesarchiv, Bild 146-1988-106-29

Ultime Notizie

Rubriche