In quella parte della mia libreria frequentata solo da mia moglie per l'operazione "togli polvere", sapevo che esisteva una rivista regalata a mia madre da una sua cugina.
Questa cugina (chissà poi da quale parte) si chiamava Anna Luisa Meneghini e pur veneziana abitava a Roma e si guadagnava da vivere scrivendo sceneggiati radiofonici e poi televisivi. Stretta collaboratrice di Anton Giulio Majano ebbe una certa notorietà e fortuna fra gli anni 50 e 60.
Il fascicolo intitolato "Repertorio" rassegna quindicinale di radiocommedia, ci era stato regalato perchè riportava integralmente il copione di un radiodramma "Andrea" con cui Anna Luisa aveva vinto il premio Stresa.
Naturalmente andare a leggere una rivista specialistica datata settembre 1949 è divertente, ma anche molto istruttivo soprattutto per il linguaggio, gli argomenti e l'ambientazione. In particolare un articolo ha attratto la mia attenzione: La televisione com'è. Nel 1949 si trattava di prove e di previsioni, di cui alcune voglio portare all'attenzione dei lettori.
L'articolo di Sirio Scotti comincia con questa affermazione:
Pare ormai accertato che lo schermo ideale per la televisione sia quello di piccole dimensioni, e non perchè uno schermo di dimensioni grandi o medie sia tecnicamente irrealizzabile (a Berlino, prima della guerra, si usavano schermi di m. 3,50 x 3) quanto piuttosto per non tradire l'essenza stessa dello spettacolo a distanza che richiede - un po' come la radio - un pubblico limitato ed un'atmosfera particolarmente raccolta.
Prosegue poi ragionando sul primo piano e sul moderato uso che se ne può fare in televisione. Citando Blasetti scrive: il primo piano è come il sale nelle vivande ed il primissimo piano come il pepe.
Si chiede poi il giornalista se la televisione si orienterà verso il teatro o verso il cinema e Scotti propende per una terza via, già teorizzata da Denis Johnston della B.B.C. che affermava: la televisione non è una rappresentazione teatrale fotografata, nè un film sonoro, ma una trasmissione visiva.
Con questo postulato, il radiodramma diventa fonte primaria d'ispirazione per le migliori rappresentazioni televisive.
Continua dicendo che le inquadrature non possono essere tante - quindi come al teatro - perchè occorrerebbero attrezzature così imponenti che neppure gli americani ed inglesi sarebbero oggi in grado di costruire.
Ricorda poi che il lavoro del regista si svolge con due telecamere, "attaccando" le inquadrature dell'una o dell'altra.
Riporto integralmente il periodo finale perchè molto significativo:
Ecco la televisione, questa temibile concorrente del teatro, del cinema e della radio, come si presenta oggi: azione con pochi personaggi, gioco di primi piani e di <<particolari>>, ambienti ridotti di numero e di ampiezza, durata forzatamente breve, una regia tutta particolare, una tecnica semplice eppure complessa, e una recitazione che non si sa se più teatrale o più cinematografica.
Abbiamo scoperto in oltre 60 anni che non tutte le previsioni erano azzeccate, salvo la temibile concorrenza a teatro, cinema e radio e la recitazione nè teatrale nè cinematografica. In particolare mi sono piaciute due definizioni: "spettacolo a distanza" e "trasmissione visiva".
Guido Neri